lunedì 9 giugno 2014

Lezioni di fotografia #17 - Tempo di sincronizzazione

Una vecchia Nikon con il suo particolare flash "a bulbo"
fonte: The Keh Camera Blog


Con tempo di sincronizzazione (o syncro-X) s'intende un tempo "standard" con il quale è possibile sincronizzare la velocità dell'otturatore con il flash elettronico. In molte fotocamere è espressamente segnalato sulla ghiera dei tempi con un colore differente rispetto a tutti gli altri.



La Nikon FM3a ha un tempo di sincronizzazione pari a 1/250 di secondo.

Solitamente, gli otturatori a scorrimento orizzontale lavorano con un tempo standard di 1/60 di secondo, mentre quelli a scorrimento verticale lavorano con un tempo più veloce (spesso 1/125 di secondo). Nelle macchine più recenti, laddove sia presente un flash integrato, la regolazione del tempo è generalmente automatica, mentre in quelle più vecchie deve essere eseguita dal fotografo previa analisi dei valori esposimetrici e del tempo di syncro previsto dalla fotocamera.
Le fotocamere che montano un otturatore di tipo centrale hanno il vantaggio di poter sincronizzare il flash con un tempo qualsiasi dell'otturatore, facilitando enormemente il lavoro del fotografo.





giovedì 15 maggio 2014

Lezioni di fotografia #16 - L'otturatore





Nel lontano 1826 a Niépce furono necessarie ben otto ore di esposizione per ottenere la prima immagine fotografica. Oggi, grazie all’elevata sensibilità delle pellicole, per la stessa immagine basterebbero frazioni di secondo ed in condizioni particolari di illuminazione potremmo ipotizzare un tempo di 1/1000 di secondo ed oltre. Ma come si può esporre una pellicola per un tempo così breve e in un modo così preciso? Tutto questo si ottiene grazie ad un meccanismo chiamato otturatore, che può essere sia ti tipo meccanico sia di tipo elettronico (da non confondere con quello utilizzato nel mondo del digitale). Esistono due tipologie di otturatori, l’otturatore a tendina e l’otturatore centrale, ognuno con dei punti di forza, il cui utilizzo è generalmente condizionato dal tipo di apparecchio sul quale vengono montati. Vediamo di conoscerli più da vicino.

Otturatore a tendina
L’otturatore a tendina si colloca all’interno del corpo macchina, direttamente sul piano focale e davanti alla pellicola.
Assieme al dorso dell’apparecchio è il congegno in grado di riparare costantemente dalla luce l’emulsione, salvo il momento in cui il fotografo preme il pulsante di scatto.
In questo caso, l’otturatore è in grado di aprirsi per un tempo pre-determinato, durante il quale la luce “investe” la pellicola. Tale modello prende il nome da due tendine costituite originariamente da una tela gommata a tenuta di luce (ancora in uso nelle Leica M), oggi sostituita da lamelle in metallo che ne ricalcano comunque i movimenti. Eccoli in dettaglio:

Ipotizziamo di scattare una fotografia con un tempo di esposizione pari a 1 secondo (1”).

  • Al momento dello scatto, la prima tendina si apre spostandosi dall’alto in basso scoprendo interamente la pellicola.
  • Esattamente dopo 1 secondo (1”) dall’inizio del movimento della prima tendina ne parte una seconda che, sempre dall’alto verso in basso, chiude l’otturatore coprendo la pellicola.

Otturatore di una Yashica FX-3 Super 2000 (1986)

Un otturatore a tendina verticale prodotto dalla Copal (tempi meccanici 1-1/2000")



Noterete che la zona che viene scoperta per prima (quella superiore) è anche la prima a chiudersi, garantendo così un identico tempo di esposizione in qualsiasi punto della pellicola. Se effettuate una prova con la vostra macchina noterete inoltre la straordinaria velocità delle tendine. Effettuato lo scatto, agite sulla levetta per caricare la pellicola ed osserverete il movimento, questa volta dal basso verso l’alto, delle tendine che, restando ermeticamente chiuse, si riportano in posizione precedente, pronte per la prossima esposizione. Da qui deriva l’espressione “armare l’otturatore”, cioè ricaricare per essere di nuovo pronti per il prossimo scatto.

Con un tempo di esposizione lungo come quello dell’esempio, la pellicola resta completamente scoperta. Questo avviene anche con tempi più brevi ma, accorciando drasticamente l’esposizione, il movimento delle due tendine si fa più ravvicinato, tanto che la seconda parte quando la prima non ha ancora concluso la sua “corsa”.
In questo caso la pellicola viene esposta mediante una “finestrella”, di lunghezza costante, che scorre dall’alto verso il basso, la cui larghezza è determinata dal tempo di esposizione e che si riduce ad una feritoia impercettibile per tempi ultra-rapidi. 
Il modello più diffuso è l’otturatore a tendina a scorrimento verticale che, lavorando sul lato più corto del formato (24mm invece di 36mm), consente di arrivare a tempi di esposizione brevissimi (fino a 1/8000 di secondo).
Altre macchine montano un secondo tipo di otturatore in cui lo scorrimento delle tendine avviene orizzontalmente - cito sempre il caso Leica M - tuttavia si tratta per lo più di apparecchi fuori produzione. Solitamente, questa tipologia offre un tempo massimo di 1/1000 di secondo ma il principio di funzionamento è identico a quello sopra descritto.




Una nota su otturatori meccanici ed otturatori elettronici
La vera differenza tra queste due versioni di otturatore non riguarda il loro funzionamento bensì la meccanica di attivazione. Il concetto è molto semplice: nel primo caso l’otturatore è completamente comandato tramite un complesso meccanismo di molle ed ingranaggi che permette un movimento esente dalla batteria. Il maggiore pregio dell’otturatore meccanico è facilmente intuibile: per funzionare non necessita di un circuito elettrico ed è quindi utilizzabile anche senza una fonte di alimentazione.
La seconda versione, sensibilmente più recente, è invece dipendente dall’utilizzo di batterie, che gestiscono l’apertura e la chiusura tramite un circuito elettrico talvolta accoppiato ad un microprocessore che ne calcola l’esposizione. Il pregio maggiore dell’otturatore elettronico è dato da una precisione senza eguali, difficilmente raggiungibile dalla controparte meccanica, ma il grande difetto è presto detto: senza batterie non sarà possibile eseguire alcuno scatto.

Otturatori “ibiridi”
Nel corso degli anni sono stati commercializzati una terza versione di otturatori che io sono solito a definire “ibridi”: si tratta di otturatori che sono gestiti elettronicamente dal microprocessore ma possono presentare uno o più tempi meccanici e quindi funzionanti anche senza batterie. Il così detto “tempo di sicurezza” è in fatti un tempo di otturazione che può essere utilizzato anche quando la pila della fotocamera è scarica o assente. Alcuni esempi sono dati dalla Leica M7 (con due tempi di meccanici pari a 1/60 e 1/125 di secondo), la Leica R4 (con un tempo di 1/100) o la straordinaria Nikon FM3a (con un range di tempi che va da 1 a 1/2000 di secondo utilizzabile con o senza batterie).

Otturatore centrale
Il secondo tipo di otturatore è quello a lamelle, comunemente detto "centrale". Ha la stessa funzione dell’otturatore a tendina (impedire e regolare il tempo di esposizione della pellicola) ma è costruito in un modo del tutto differente. 
Per prima cosa si osservi la collocazione: esso si trova all’interno (o nell’immediata vicinanza) dell’obiettivo, per cui la sua forma sarà circolare. È costituito da una serie di lamelle molto simili a quelle del diaframma di un obiettivo che, al momento dello scatto, si aprono lasciando passare la luce. Una volta esaurito il tempo di esposizione le lamelle ritornano nella stessa posizione di partenza. È importante ricordare che l’otturatore centrale offre la sincronizzazione del flash a tutti i tempi di posa, che però si limitano sempre fino a 1/500 di secondo.

L’otturatore centrale, oltre ad essere stata la prima tipologia introdotta nei primi apparecchi fotografici, ha riscontato un grande successo soprattutto tra gli utenti del medio e del grande formato (generalmente delle Hasselblad e delle Rolleiflex).


Otturatore centrale di un Altissa Altix (1950)
fonte: 
Analogkamera - A virtual photomuseum





mercoledì 23 aprile 2014

Intermezzo nove - Capolavori italiani





Inauguro la nuova sezione delle fotocamere Ferrania con un vero gioiello, la Condor Ic del 1956, capolavoro dell'ottica e della meccanica firmata Made in Italy!



martedì 25 marzo 2014

Lezioni di fotografia #15 - Formato, corpo macchina, caricamento del film



Ecco un rapido excursus dei primi 3 elementi che caratterizzano le fotocamere analogiche.

Il formato
La prima distinzione che interessa gli apparecchi fotografici riguarda il formato della pellicola. Dagli apparecchi ultra-compatti fino a quelli di grande dimensione, la scelta è piuttosto ampia, ma generalmente possiamo suddividere le fotocamere in sole tre categorie: piccolo, medio e grande formato.
Alla prima categoria appartengono gli apparecchi fino al 35mm, alla seconda quelli che utilizzano pellicole 120 (dal 4,5x6 al 6x9 cm), alla terza quelli per formati superiori (ad esempio le pellicole in lastra).
Se è vero che la prima categoria offre una versatilità senza eguali, è altrettanto vero che i formati superiori offrono livelli qualitativi indubbiamente maggiori, soprattutto per quanto riguarda la resa dei particolari durante l’ingrandimento. Per ulteriori informazioni relative al formato delle pellicole è possibile consultare questo post.

Il corpo macchina
Il corpo di un apparecchio analogico deve offrire una garanzia assoluta contro le infiltrazioni di luce. Dopo quasi duecento anni dalla nascita della “camera obscura”, la fotocamera si è arricchita di innumerevoli componenti meccanici ed elettronici, ed è ora in grado di velocizzare e semplificare le varie operazioni di lavoro (calcolo automatico dell’esposizione, trascinamento motorizzato del film, ecc.). 
I modelli più recenti (anni ’90) sono più voluminosi dei modelli precedenti poiché venivano progettati con particolare cura all’ergonomia e per alloggiare componenti elettronici più o meno complessi. Al di là del tipo di fotocamera e del suo “grado di innovazione”, nel corpo macchina trovano posto gli elementi principali di ogni sistema fotografico che analizzeremo in seguito.

Caricamento (su apparecchi 35mm)
Generalmente, per accedere allo scomparto interno di un apparecchio è sufficiente sollevare la manopola di riavvolgimento, oppure agire su pulsanti laterali al dorso.
Una volta aperto lo sportellino si può notare sulla sinistra l’alloggiamento per il rullino. Negli apparecchi recenti è possibile riscontrare dei sensori per la lettura dei codici a barre impressi sul barilotto (DX code). Questi codici, definiti Digital IndeX, permettono di settare automaticamente la sensibilità della pellicola per i circuiti esposimetrici della fotocamera; è presente in moltissimi apparecchi costruiti dal 1983.
A destra sono presenti i congegni di agganciamento della pellicola, che possono essere provvisti del motore di trascinamento a seconda dei modelli.
In questo caso, è sufficiente posizionare la parte terminare della pellicola (detta “codino”) in corrispondenza della tacca di riferimento e chiudere il dorso della macchina. Premendo il pulsante di scatto, il motore trascina la pellicola fino al primo fotogramma utile.


Una Nikon F70 motorizzata. Non sono presenti tasti o manopole di riavvolgimento. Per accedere al dorso è necessario azionare la levetta sul lato sinistro del dorso. L'avanzamento del film è automatico.

Nelle fotocamere motorizzate è presente una tacca che indica la posizione corretta con cui va inserita la codina del film.

Negli apparecchi privi di motorizzazione, la parte stretta della pellicola va inserita nel rocchetto, controllando il corretto inserimento dei “denti” negli sprocket holes. Dopo aver dato la giusta tensione alla pellicola per farla aderire, si può richiudere il dorso e scattare due o più fotogrammi a vuoto. Se la manopola di ravvolgimento gira regolarmente, vuol dire che la pellicola è ben agganciata.
Mentre nei modelli motorizzati il film viene fatto avanzare in automatico, nelle macchine tradizionali è necessario agire sulla leva di avanzamento. Un grande vantaggio offerto dalla motorizzazione è la possibilità di eseguire scatti a raffica, la cui velocità dipende dall’architettura del modello scelto (in media da 3 a 5 fps). 
Terminato il rullino, la pellicola deve essere riavvolta nel barilotto metallico. Se disponete di un apparecchio motorizzato si può riavvolgere il film premendo un apposito pulsante: l’azione avviene automaticamente senza particolari premure. Se invece disponete di un apparecchio tradizionale occorre sganciare la pellicola mediante un pulsante posto sul fondello della macchina e agire sulla manopola di ravvolgimento.


Per accedere al dorso di una fotocamera tradizionale (non motorizzata) occorre sollevare la manopola di riavvolgimento fino a quando il dorso si apre con un 'click'.

La codina del film va inserita nel rocchetto nella parte destra della fotocamera. 

Dopo aver girato la leva di carica, il film si avvolgerà attorno al rocchetto. Assicurarsi che la codina sia ben fissata nella fessura, e prestare attenzione che gli sprocket holes siano ben agganciati ai denti di trascinamento.

Se il rocchetto sembra alloggiare correttamente il film e la manopola di riavvolgimento gira senza problemi, allora il caricamento è andato a buon fine. 

Una volta terminato il rullino, premere il pulsante sul fondello per staccare il rocchetto dal meccanismo di avanzamento. 

Girare la leva per riavvolgere la pellicola nel suo barilotto. Assicurarsi di aver riavvolto TUTTA la pellicola (non aprire il dorso prima del completo riavvolgimento del film). Ora si può riaprire il dorso ed asportare il rullino. 

Il dorso
Il dorso di una fotocamera ha la duplice funzione di chiudere ermeticamente alla luce e di mantenere la pellicola piana su una piastrina detta pressore. Per evitare ci siano eventuali infiltrazioni di luce è necessario sostituire periodicamente le guarnizioni di gommapiuma (io consiglio almeno ogni 10 anni a seconda del grado di usura). La pulizia è fondamentale, infatti è auspicabile mantenere il proprio apparecchio ben pulito in ogni parte, con particolare riguardo alle zone interne e alle giunture. 

Alcuni dorsi sono dotati di una finestrella a tenuta di luce per controllare il tipo di pellicola montato dentro la fotocamera; altri si limitano a presentare una tasca dove inserire un promemoria cartaceo (spesso un aletta della scatolina della pellicola). I dorsi più evoluti, come ad esempio quello montato sulla mia Contax, sono detti dorsi data (databack) e permettono di imprimere (“stampare”) sul fotogramma delle informazioni relative allo scatto (data, ora, note personali). Naturalmente, le funzioni di programmazione dei dorsi data sono liberamente disattivabili dall’utente. 



La finestrella serve per indicare la pellicola impiegata nella fotocamera


lunedì 3 marzo 2014

Lezioni di fotografia #14 - Il 35 millimetri



Il 35 millimetri è il formato di registrazione più utilizzato nel cinema e nella fotografia analogica.
Nel cinema, la pellicola 35mm viene proiettata ad una velocità costante di 24 fotogrammi al secondo, con un massimo di 52 fotogrammi ogni metro di pellicola impiegata. Questo significa che in un film della durata di 1 ora e 30 minuti la pellicola può raggiungere la lunghezza di ben 2,5 Km!
Dalla pellicola cinematografica è derivato il formato fotografico 135 che ne conserva la stessa perforazione (i così detti "sprocket holes") e offre un formato di fotogrammi pari a 24x36mm.

Il successo del 35mm lo si deve ad tecnico tedesco, Oskar Barnack, l'inventore della celebre macchina fotografica Leica. Una volta presa una bobina di pellicola cinematografica (la famosa "pizza") costruì in piccolo contenitore metallico simile ad un barilotto dove immagazzinare una piccola striscia di supporto sensibile. Questo ha permesso di maneggiare con sicurezza l'intera striscia di film, protetta dalla luce esterna nelle operazioni di caricamento e scaricamento dalla fotocamera.
Era il 1914 e il mondo si preparava ad una vera e propria rivoluzione: il nuovo formato 135 in abbinata alla prima macchina fotografica del genere, la Ur-Leica ("Leica originale") avrebbero cambiato le sorti del settore fotografico mondiale.
Non si può fare a meno di ricordare in questa sede che proprio quest'anno cade l'anniversario della Leica (e del formato foto 135), un Giubileo caratterizzato da eventi e rimembranze di rilievo internazionale. 
Chiusa questa doverosa parentesi, continuiamo a parlare del 135. Questo formato è particolarmente indicato per un uso generico ed è praticamente usato da tutti i dilettanti e da una grande fetta di professionisti (almeno per le applicazioni meno complesse). La leggerezza ha reso l'attrezzatura molto più flessibile rispetto a quella più complessa del medio e grande formato. Tra gli svariati usi del 35mm si ricordano le foto di reportage e di giornalismo, grazie alle caratteristiche peculiari sopra citate.
Fino agli anni Novanta del secolo scorso i maggiori produttori di pellicole fotografiche erano: Agfa, Berger, Eastman Kodak Company, Efke Fotokemika, Ferrania, Foma, Fujifilm, ILFORD, Orwo e Rollei*. 


Logo commemorativo del centenario Leica (1914-2014)

Al momento, a causa del crollo della domanda e all'aumento del costo delle materie prime, la produzione delle pellicole fotografiche e cinematografiche ha subìto un consistente ridimensionamento, soprattutto a causa del digitale. Il 2005 è stato l'anno in cui simbolicamente si dichiarava morto l'analogico a favore delle nuove tecnologie.
In realtà, seppur in forma ridotta, l'analogico continua ad esistere affiancato al digitale, rivolto agli amanti del genere (soprattutto fotoamatori) o a particolari cerchie professionali.
Negli ultimi cinque anni alcune grandi aziende produttrici di materiali fotosensibili hanno attuato piani per il ridimensionamento degli apparati produttivi (vedi Kodak e Fuji) ma altre ancora hanno deciso di investire nuovi capitali nella ricerca o nella produzione (vedi Lomography, Ferrania, Kentmere e Rollei). Se la domanda della diapositiva e del negativo colore è lentamente scemata negli anni presi in esame, è altrettanto vero che la domanda per il bianco e nero (pellicole e carte) sembra che si sia stabilizzata da almeno vent'anni. 



*questo elenco non costituisce la totalità dell'offerta.



mercoledì 19 febbraio 2014

Intermezzo sette - Nuova sezione Canon

Inauguro la nuova sezione dedicata alle Canon con la mitica T50 del 1984. 
Buona lettura!









venerdì 14 febbraio 2014

Lezioni di fotografia #13 - Latitudine di posa



Il nostro occhio è un organo dalle capacità straordinarie: esso è in grado di distinguere e leggere nella stessa scena le zone fortemente illuminate e le zone in ombra.
Quante volte abbiamo provato a fotografare un tramonto dai colori bellissimi che, una volta stampato, risultava decisamente più spento. La pellicola, infatti, non ha la capacità di estendere contemporaneamente la registrazione alle zone così decisamente illuminate, col risultato di rendere indistinguibili i particolari illuminati o viceversa.

Si dice latitudine di posa, la capacità della pellicola di raggiungere a livelli più meno estesi le zone con differenti illuminazioni.

In altre parole, la latitudine di posa è l'errore tollerato rispetto all'esposizione fatta. Poiché capita spessissimo di dover fotografare soggetti con illuminazioni diversificate, la pellicola va scelta anche in base a questo parametro. Se si conoscono i comportamenti e i limiti delle pellicole è possibile condizionare l'esposizione privilegiando le basse o le alte luminosità. 
La tipologia di film con la più elevata latitudine di posa è il negativo.
Le diapositive, invece, hanno una tolleranza molto meno marcata e sono quindi più difficili da adattare all'illuminazione. Infine, la latitudine di posa cresce con l'aumentare della sensibilità della pellicola. Di seguito è riportata una tabella di sintesi sulle principali caratteristiche delle pellicole fotografiche:

PELLICOLE A BASSA SENSIBILITÀ
Grana: piccola / molto piccola
Contrasto: alto
Latitudine di posa: bassa
Nitidezza: buona / ottima

PELLICOLA AD ALTA SENSIBILITÀ
Grana: grossa / molto grossa
Contrasto: basso
Latitudine di posa: alta
Nitidezza: bassa / molto bassa

VELOCITÀ DELLA PELLICOLA (espressa in ISO)
Bassa: 25-64
Media: 100-200
Alta: 400-1000
Altissima: 1600-3200



giovedì 30 gennaio 2014

Lezioni di fotografia #12 - Acutanza


L'acutanza è spesso assimilata al potere risolutivo. Nonostante si tratti di un elemento a sé stante, non è del tutto sbagliato legarlo con l'acutanza: vediamo perché.

Intanto partiamo con una definizione molto semplificata di acutanza: si tratta della misura del contrasto in prossimità dei limiti tra zone chiare e scure. In particolare, l'acutanza riguarda il modo con cui la pellicola passa dal nero al bianco.
Con acutanza elevata il passaggio è netto, altrimenti ci appare sfumato e può essere confuso con la sfocatura. Come il potere risolutivo, essa è presente in quantità maggiore nelle pellicole poco sensibili, ma è molto influenzata dalla tipologia di rivelatore utilizzato nello sviluppo.
Poiché i rivelatori ad alta acutanza comportano una crescita della grana, il loro utilizzo è consigliabile solo con le pellicole lente.

Il binomio "potere risolutivo-acutanza" può essere riassunto in nitidezza, una delle caratteristiche più importanti delle pellicole fotografiche e cinematografiche in termini di resa.




mercoledì 22 gennaio 2014

Intermezzo sei - Una new entry

Vi segnalo nella sezione Minolta del menù in alto la nuova recensione della XD-7.
Auguro agli interessati una buona lettura.